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Postato il domenica, 20 aprile 2008 alle 19:49 - Permalink - Categoria: varie, amore, riflessioni, dio , emozioni, spiritualità, cavoli miei, qualcosa di diverso, corso di formazione

Affronto in questo giorno un ulteriore corso di formazione per il volontariato per l’accompagnamento ai malati terminali, e siamo in pieno dibattito sul come affrontare la Morte con la grande M.

Ovviamente, quando si è per ore e ore nel pieno di una discussione del genere, con medici, filosofi, credenti, non puoi non uscire che un po spaesato e cercherei ora di fare alcuni considerazione al riguardo, anche per potere tirarle fuori “al caldo” e non blandamente dimenticarmele qualora la mia mente dovrei rimuovermi questi spiacevoli pensieri (ne potete convenire che comunque c’è tante cose più gradevoli al quale pensare ora che non ho nessuna voglia di morire).

Oggi il tema era: La morte tua, la morte sua, la morte dell’altro.

 

Una singola morte è una tragedia, un milione di morti è una statistica. Stalin

 

Inizio con questo pensiero di Stalin dicendovi che non ha tutti torti. Fra voi e me, chi sa bene quanti uomini muoiono al giorno nelle strade e nelle loro case? Chi di voi sa esattamente quanti morti ha fatto l’ultimo tornado in America, quanti muoiono ora di fame in africa o di freddo nelle strade di tutto il mondo?

La Morte altrui e in generale ci tocca poco. Decisamente. Ci tocca proporzionalmente a quanto possiamo anche seguire il telegiornale, perché vedo che per molta persone è importante seguire sulla cronaca nera di tutti giorni questo generi di fatti. Ma generalmente nel loro cuore e nella loro mente ogni avvenimento rimpiazza quello del giorno prima, a non è il singolo numero a darle dispiacere ma una specie di morbosa curiosità al riguardo.

Dunque, apertamente e francamente, detto cosi, non ci pesa la morte delle persone che non conosciamo se non è per una grande ingiustizia, come lo sono stati l’attentato delle Torre Gemelle o quello che sta succedendo ai Monaci Tibetani in questo momento. Tutto il resto è abbastanza di disinteresse totale per il nostro essere.

 

Ogni separazione ci fa pregustare la morte; ogni riunione ci fa pregustare la risurrezione. Arthur Schopenhauer

 

Cos’è la differenza fra l’affrontare la morte di uno sconosciuto e la morte di un parente stretto? Quale meccanismo s’innesca dentro di noi per generare al massimo compassione (che dura in media 5 minuti) nel primo caso, e sofferenze eterne nel secondo? Sarebbe la separazione? Probabilmente si. Ci manca una persona amata perché non c’è più. Perché c’è un vuoto che si trova in noi stessi di un momento all’altro, vuoto che colmava la persona amata nell’essere viva, e che adesso non c’è più. Soffermarsi un attimo a pensare se la morte della persona amata era importante per lei o lui, che questo lo desiderava di una maniera o di un’altra diventa è solo un secondo pensiero che probabilmente può essere affrontato solo una volta che il primo pensiero (separazione) sia digerito. La Morte di una persona cara ci dispiace proporzionalmente di quanto la persona stessa colmava il vuoto interiore che noi stessi non abbiamo mai voluto vedere e provvedere. Ma questo lo possiamo chiamare “affrontare la Morte”? No. Lo possiamo al massimo chiamare “affrontare la separazione”. E capirne i meccanismi e prenderne atto.

 

Non ho paura della morte, ma di morire. Indro Montanelli

Non è per niente un caso che La Morte si scrive al singolare. Perché in definitiva, La Morte è solo una stessa: la nostra. Il resto importa poco, o quello che importa non può definirsi cosi. O come dice Montanelli: Morire. Perché abbiamo disaggio davanti ai malati terminali? Perché loro ci rimandano l’immagine stessa delle nostre proprie paure. Perché l’unica paura intrinseca dell’Uomo è la sua stessa morte. Perché?

 

Chi pensa è immortale, chi non pensa muore. Averroè

 

Perché ognuno di noi pensa di essere immortale. Lo sente dentro come sente di essere vivo. Non c’è niente da fare, viene dal dentro, una cosa che dice: a te non capiterai mai. La grande sofferenza nostra è di vedere con i nostri occhi che al di fuori di noi, nella vita e nel mondo, gli altri muoiono e che il nostro sentire non è affine con questi fatti reali. Ma come, sono l’unico immortale? Non. Ed ecco la sofferenza. Pensare alla nostra propria morte ha qualcuno di assolutamente irreale e inconcepibile. Ovviamente, sappiamo tutti, ahimè, che ci capiterà per forza un giorno. Ma non è quella consapevolezza che fa si, che un giorno, questo realmente accade? Cosa farebbe, come vivrebbe un uomo che non ha la consapevolezza di dovere morire un giorno? Farebbe peggio di noi? Forse meglio?

 

Spesso è da forte, più che il morire, il vivere. Vittorio Alfieri

 

Termino qua le mie deduzioni al riguardo buttando li un pensiero che mi pervade sempre quando vedo qualcuno in fine di vita pervaso della malattia: la morte è solo una conclusione di un non desiderio di volere vivere. Non si muore per caso. Non si ammala per caso. Il desiderio di non volere più niente della vita è già un partecipe presente della Morte. Ella è solo un effetto di una causa che ha diversi volti. Non è facile definirle, ma non impossibile se si vuole farlo.

 

E come diceva Aismov:

 

La vita è piacevole. La morte è pacifica. E' la transizione che crea dei problemi. Isaac Asimov

 

 

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Morganne
Postato il domenica, 16 marzo 2008 alle 14:51 - Permalink - Categoria: spiritualità, iniziazione, cavoli miei, corso di formazione

 

Sono di ritorno del mio corso di formazione per i volontariati dei malati in fasi terminali.

Oggi abbiamo ancora affrontato le tematiche di Malattia, del perché e del come. Ma si sa, si sente già oggi che queste tematiche arriveranno a confrontarsi fra poco alla tematica legata alla Morte. Dunque, in qualche maniera, ci stiamo preparando prima di parlarne.

 

Io in questo periodo, in tutto quello che faccio, vedo, leggo, studio, io mi ci sbatto contro.

La Morte. E non solo andando in giro con il mio Jolly Roger sulla borsa, no.

Va bene, mi dico, è un buon periodo di apprendimento, di rimessa in discussione. Ora è il momento di dedicarsi a quello. Non per caso, fra poco è Pasqua. Ricevo poco minuti prima una mail di una struttura in cui credo un giorno potere andare fare i corsi, e mi dicono: Il termine Pasqua deriva dalla parola pascha (sia in latino che in aramaico) e dall'ebraico pesah, che significa passaggio. Quali passaggi volete favorire nella vostra vita? A quali cambiamenti volete dare il benvenuto?

Buona domanda, mi dico.

E ripenso alla Morte, a questa Trasformazione. A questo passaggio.

Una settimana fa, riprendo in mano il libro “Malattia e Destino” di Thorwald Dethlefsen per rileggerlo, e le parole sono diventate con il tempo chiare e limpide. Non era cosi la prima volta che l’ho letto anni fa. In effetti avevo sottolineato molti passaggi che mi suonavano estranei:

 

“La Malattia ha profonde radici nell’essere umano, profonde come quelle della Morte, e non sarà certo con qualche espediente funzionale che sarà possibile toglierla di mezzo.”

 

Beh, effettivamente se una parte di noi, l’Anima come diceva Freud, non conosce la sensazione della Morte, di sicuro la nostra mente si. E ci vediamo considerevolmente in conflitti con noi stessi per questa ragione, perché una parte di noi sa di essere immortali, e un'altra sa di essere mortale.

“Malattia significa dunque sparizione dell’armonia o la messa in discussione di un ordine che fino a questo momento era stato in equilibrio. La Malattia è in realtà la creazione di un equilibrio”.

E la Morte sarebbe allora solo la risultante di questo equilibrio che perdura.

“Ogni tentativo di vivere in modo sano è una provocazione alla malattia”.

L’esattezza di queste parole è proporzionale alla nostra capacità di leggerle senza avere per prima in noi un pregiudizio al riguardo. Ovvero, solo la conoscenza e il nostro punto di vista al riguardo possono creare uno squilibrio in noi, perché solo un corpo privo di coscienza non può ammalarsi.

Dunque, è sempre il nostro punta di vista su tutto che vediamo e crediamo di sapere che rende il corpo capace di malattia.

Capace di creare un disturbo che ci porterà alla cessazione della vita nel nostro corpo fisico. Invece, Dethlefsen pensa che quanto l’uomo smetterà di studiare e d’interpretare i fatti di questo mondo e il proprio personale destino, sparirà ogni valore e significato che potrebbe generare una malattia.

Grazie. Anch’io la penso in grande linea cosi, ovvero, cerchiamo di vivere la nostra vita il meglio che noi pensiamo che sia senza cercare di capire se è giusto o e sbagliato, e senza giustificazione alcune. Vivere il semplice momento presente.

 

Invece, in un altro libro che sto leggendo (e mica ne leggo solo uno alla volta, troppo facile), in “Alchimia e Cabbalà” di Arturo Schwartz, m’imbatto su questa frase: Il rifiuto della morte biologica accomuna la maggior parte delle credenze arcaiche, secondo le quali ogni morte non è che il preludio di una rinascita. Per questo il neonato è visto come la reincarnazione di un antenato defunto, mentre l’antenato viene sepolto in posizione fetale per facilitargli la morte-rinascità attraverso il Regressum ad Uterum.

Poi, dice per concludere “ Costruire una casa significa lavorare per un momento, costruire una tomba significa lavorare per l’eternità”.

Concludo questa parentesi sperimentiale con una demanda che ho fatto ai miei Maestri ieri sera:

“Datemi un messaggio per aiutarmi a capire il senso della mia vita di oggi”.

La risposta non si è fatto aspettare:

 

“Egli non si attarda a chi ha una casa, ne con colore che fuorviano. Non volendo nulla, viaggia da solo”.

 

Nella spiegazione di questa frase è scritto: Quando arriva, la morte annienta tutti i tuoi castelli di sabbia. Il possidente vive in una sorte di mondo onirico, il mondo delle sue proiezioni. Il marito pensa che la moglie gli da delle sicurezza, e la moglie pensa che il marito gli da delle sicurezze. Ebbene, entrambi sono insicuri, come possono due persone insicure darsi sicurezze a vicenda? Ci sono delle persone che scelgono di vivere da soli pesando di affermare questa sicurezza ricercata, addirittura, non hanno casa, non hanno soldi….sono mendicanti e meditatori. Vivono il momento presente e non vogliono nulla. Ma il Buddha dice “avete abbandonato una piccola famiglia e ora vi siete mossi in un'altra folla: appartenete dunque ad un'altra famiglia. Nulla è mutato. Prima pensavate che la piccola famiglia fosse la vostra vera sicurezza, adesso pensate che sia questa folle di monaci. Nulla è cambiato”.

Per sua stessa natura, la vita è insicura, dunque la logica è semplice: colore che vogliono essere piu vivi dovranno vivere nell’insicurezza. Maggiore l’insicurezza, maggiore sarà la tua vitalità; maggiore la falsa sicurezza, la presunta sicurezza, minore sarà la tua vitalità. Ecco perché nel mondo intere ci sono cosi tante persone praticamente morte. Infatti, piu sei morto, piu sei sicuro. Il vero ricercatore del vero non ha nessun desiderio in questo mondo, neppure il desiderio di vivere.

Namaste.

 

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Morganne
Postato il domenica, 10 febbraio 2008 alle 18:49 - Permalink - Categoria: corso di formazione

 

Incenso allo Sandalo.

Luce soffusa.

Pc acceso, e musica francese in sotto fondo.

E’ presto, è mattina avanzata, ma non sento ancora il languore del pomeriggio, quando il tempo sembra fermasi aspettando la notte.

C’è ancora energia, flusso positivo, flusso rapido.

Mi chiedo: come mai noi che siamo Dei siamo cosi fragili?

Mi chiedo: come mai noi che abbiamo il potere di vita, il potere di scegliere di vivere e di dare vita, siamo cosi deboli con la Morte?

Ho freddo.

Questo pensiero mi fa freddo nella schiena. Siamo cosi forti e cosi deboli allo stesso tempo.

Credo che è questo che ci frega. Se sappiamo di essere solo fragili, non esisterebbero tanti problemi. Ci sarebbe una dolce rassegnazione, la quale, con il tempo, sarebbe solo una sicurezza. Invece no. Noi sappiamo di essere forti, di essere grandi e di fare grande cose. Sappiamo che possiamo concepire dei figli per le quali saremo un giorno degli esempi. Sappiamo che siamo in grado di aiutare altre persone, di guarirle, di farle stare bene…anche milioni di persone.

Ma cosa si dice per il pensiero che possiamo anche distruggerle?

Che ansia. C’è il libero arbitrio, perché ad ogni momento della nostra vita ci è richiesto di essere forti o deboli. Sempre, per qualsiasi cosa. Ed è questa cosa che ci mangia, giorno dopo giorno. Questa scelta, che non è una scelta inconscia, no, è perfettamente conscia. Noi abbiamo ogni momenti della nostra vita, il potere di vita e di morte su qualsiasi essere umani.

Mi viene in mente i delitti che scorrono sulla cronaca nera dei giornali, ultimamente.

Un ragazzo uccide la sua fidanzata, un vicino la sua famiglia a fianco…Un automobilista dei ciclisti…La morte è sempre cosi vicina. Dappertutto. Dentro i nostri proprio corpi come virus latenti, chi sa quando un giorno si attiveranno? Un giorno potrebbe essere un incidente di macchina, o un altro giorno potrebbe essere un altro essere umano. Anche noi possiamo distruggersi. La Morte è qui, e non esiste distinzione fra lei e la vita. Devono essere per forza una cosa sola, perché non si possono scindere. Solo alla fine si separano. Ma adesso, adesso che sto scrivendo le mie parole e che voi le state leggendo, no sono divise. Sono insieme, e quello che è diviso è solo la scelta che noi facciamo ogni giorno: essere forti o essere deboli.

Sempre.

Il nostro cervello e il nostro corpo sono una delle cose più complesse dell’universo, per la loro chimica, fisicità, elettricità, interconnessione di milioni di cellule che allo stesso tempo hanno un cervello e una ragione ben distinta della nostra…Milioni e miliardi di capillari, di vene, di linfa, di pelle, di muscoli, di ossi…tutto questo gestito perfettamente, coordinato come nessun altro…e tutto questo, si, Signore e Signori, tutto questo può finire solo con un morso di un minuscolo insetto, solo con un micro virus che svolazza nell’aria…Tutta quella potenza ridotta a zero, in meno di 15 secondi.

Le cose troppo complesse hanno spesso complessi limiti.

Mi ricordo quando facevo degli orologi. Orologi cosi complessi, cosi piccoli, cosi impressionanti…3000 pezzi fatti a mano, giorno dopo giorno, calcoli dopo calcoli…per un giorno assemblarle tutti, dopo mesi di lavori, di pazienza…Sapete, quando si assembla per la prima volta un orologio, c’è qualcosa di magico: perché c’è un momento, quasi alla fine, che comincia a vivere. Egli vive quando il bilanciere comincia a girare, e l’orologio emette i suoi primi “Tic-Tac”. Il suo cuore ha iniziato a battere, il ritmo cardiaco è connesso ad una macchina per registrare i suoi battiti (un oscilloscopio), cosi da potere regolare i suoi tempi. Egli vive….per un po. Ma capita molto spesso (quasi un 60%) che quando si crea questi orologi, dopo 10 ore, egli si fermino. Il bilanciere smette di oscillare, e l’oscilloscopio si ferma, e come in una sala di rianimazione, l’orologiaio comincia a chiedersi cosa che non va.

Si, cosa, eh? Su 3000 pezzi, è impossibile capire quale non va. Non esistono ancora attack per gli orologi. Quindi, con estrema pazienza, l’orologio inizierà a smontare il suo orologio e controllerà ogni pezzo ad istinto uno ad uno per cercare di capire cosa non funziona. Sapete, esistono delle particolare polvere sottile che viaggiano nell’aria, polveri che non siamo in grado di vedere con l’occhio nudo e che noi respiriamo semplicemente senza danneggiarsi, che pero, fermano gli orologi. Egli s’incastrano generalmente nell’olio posizionato negli perni degli ingranaggi, cosa che fa diventare l’olio troppo denso e per questo, l’orologio, tutto, si ferma. Ovviamente, piu ci sono ingranaggi, piu ci sono pezzi e piu l’orologio diventa difettoso, perché l’errore può essere moltiplicato all’infinito, e diventa partita persa. Ci sono troppe possibilità perché ci sia un problema solo da una parte…

I nostro corpo è uguale, come lo è la nostra mente. Siamo iper complessi, abbiamo delle possibilità enormi, ma siamo molto deboli per colpa proprio di queste complessità.

 

Dico tutto questo, perché fra poco inizierò un lungo stage di formazione per  l’accompagnamento di pazienti con malattia attiva grave, progressiva ed avanzata, nonché l’affiancamento psicologico alle loro famiglie.

Il nostro primo giorno di formazione sarà sul Dolore condiviso della sofferenza e delle difficoltà pratiche.

Questo chiuderà per me, la mia formazione personale di terapeuta.

Fino ad adesso ho avuto contatto con malati, anche gravi, succidi ed altro patologie.

Ma non ho mai fatto une immersione totale con un malato, non mi sono mai confrontato professionalmente davanti alla Morte (solo personalmente).

E’ dura da dire, ma mi sono mai ritrovata davanti un essere in fine di vita come terapeuta. Ed è questo che vado fare. E non so come la prenderò. Secondo voi, come può prenderla un architetto che non può costruire una casa perché il terreno è marcio? Secondo voi, come può prenderla uno che è sull’autostrada, che è in riserva già da un ora, è che vede il prossimo benzinaio a 200 chilometro?

Come può sentirsi un terapeuta davanti la morte stessa, la morte imminente?

Ve lo dirò. Non mancherò di certo, perché sento e so che questa è una tappa dura, ma mia. Sento che devo andarci. Sento che devo farlo, che devo sondare tutto il mio essere, tutta la mia forza come tutta la mia debolezza. Sento che ci saranno dei momenti difficili, e dei momenti bellissimi. Sento che rideremo e che piangeremo.

Che rideremo e che piangeremo.

Il cerchio che si chiude. Questa volta, si.

10 anni fa, ero in una sala di ospedale, sapete quella riservata per i malati gravi dove possono entrare solo la famiglia.

Ero li, e svenivo.

Svenivo davanti al mio destino, alla mia rabbia, alla mia debolezza.

 

Svenivo davanti il mio padre in coma.

 

Svenivo davanti alla consapevolezza che non si poteva fare piu niente per lui.

Anche se siamo Dei, anche se siamo incommensurabili, anche se siamo forti, davanti alla Morte, noi non siamo niente, neanche una polvere che svolazza nel nulla, portata dal vento.

 

 

 

 

Astrid Morganne

 

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