Affronto in questo giorno un ulteriore corso di formazione per il volontariato per l’accompagnamento ai malati terminali, e siamo in pieno dibattito sul come affrontare la Morte con la grande M.
Ovviamente, quando si è per ore e ore nel pieno di una discussione del genere, con medici, filosofi, credenti, non puoi non uscire che un po spaesato e cercherei ora di fare alcuni considerazione al riguardo, anche per potere tirarle fuori “al caldo” e non blandamente dimenticarmele qualora la mia mente dovrei rimuovermi questi spiacevoli pensieri (ne potete convenire che comunque c’è tante cose più gradevoli al quale pensare ora che non ho nessuna voglia di morire).
Oggi il tema era: La morte tua, la morte sua, la morte dell’altro.
Una singola morte è una tragedia, un milione di morti è una statistica. Stalin
Inizio con questo pensiero di Stalin dicendovi che non ha tutti torti. Fra voi e me, chi sa bene quanti uomini muoiono al giorno nelle strade e nelle loro case? Chi di voi sa esattamente quanti morti ha fatto l’ultimo tornado in America, quanti muoiono ora di fame in africa o di freddo nelle strade di tutto il mondo?
La Morte altrui e in generale ci tocca poco. Decisamente. Ci tocca proporzionalmente a quanto possiamo anche seguire il telegiornale, perché vedo che per molta persone è importante seguire sulla cronaca nera di tutti giorni questo generi di fatti. Ma generalmente nel loro cuore e nella loro mente ogni avvenimento rimpiazza quello del giorno prima, a non è il singolo numero a darle dispiacere ma una specie di morbosa curiosità al riguardo.
Dunque, apertamente e francamente, detto cosi, non ci pesa la morte delle persone che non conosciamo se non è per una grande ingiustizia, come lo sono stati l’attentato delle Torre Gemelle o quello che sta succedendo ai Monaci Tibetani in questo momento. Tutto il resto è abbastanza di disinteresse totale per il nostro essere.
Ogni separazione ci fa pregustare la morte; ogni riunione ci fa pregustare la risurrezione. Arthur Schopenhauer
Cos’è la differenza fra l’affrontare la morte di uno sconosciuto e la morte di un parente stretto? Quale meccanismo s’innesca dentro di noi per generare al massimo compassione (che dura in media 5 minuti) nel primo caso, e sofferenze eterne nel secondo? Sarebbe la separazione? Probabilmente si. Ci manca una persona amata perché non c’è più. Perché c’è un vuoto che si trova in noi stessi di un momento all’altro, vuoto che colmava la persona amata nell’essere viva, e che adesso non c’è più. Soffermarsi un attimo a pensare se la morte della persona amata era importante per lei o lui, che questo lo desiderava di una maniera o di un’altra diventa è solo un secondo pensiero che probabilmente può essere affrontato solo una volta che il primo pensiero (separazione) sia digerito. La Morte di una persona cara ci dispiace proporzionalmente di quanto la persona stessa colmava il vuoto interiore che noi stessi non abbiamo mai voluto vedere e provvedere. Ma questo lo possiamo chiamare “affrontare la Morte”? No. Lo possiamo al massimo chiamare “affrontare la separazione”. E capirne i meccanismi e prenderne atto.
Non ho paura della morte, ma di morire. Indro Montanelli
Non è per niente un caso che La Morte si scrive al singolare. Perché in definitiva, La Morte è solo una stessa: la nostra. Il resto importa poco, o quello che importa non può definirsi cosi. O come dice Montanelli: Morire. Perché abbiamo disaggio davanti ai malati terminali? Perché loro ci rimandano l’immagine stessa delle nostre proprie paure. Perché l’unica paura intrinseca dell’Uomo è la sua stessa morte. Perché?
Chi pensa è immortale, chi non pensa muore. Averroè
Perché ognuno di noi pensa di essere immortale. Lo sente dentro come sente di essere vivo. Non c’è niente da fare, viene dal dentro, una cosa che dice: a te non capiterai mai. La grande sofferenza nostra è di vedere con i nostri occhi che al di fuori di noi, nella vita e nel mondo, gli altri muoiono e che il nostro sentire non è affine con questi fatti reali. Ma come, sono l’unico immortale? Non. Ed ecco la sofferenza. Pensare alla nostra propria morte ha qualcuno di assolutamente irreale e inconcepibile. Ovviamente, sappiamo tutti, ahimè, che ci capiterà per forza un giorno. Ma non è quella consapevolezza che fa si, che un giorno, questo realmente accade? Cosa farebbe, come vivrebbe un uomo che non ha la consapevolezza di dovere morire un giorno? Farebbe peggio di noi? Forse meglio?
Spesso è da forte, più che il morire, il vivere. Vittorio Alfieri
Termino qua le mie deduzioni al riguardo buttando li un pensiero che mi pervade sempre quando vedo qualcuno in fine di vita pervaso della malattia: la morte è solo una conclusione di un non desiderio di volere vivere. Non si muore per caso. Non si ammala per caso. Il desiderio di non volere più niente della vita è già un partecipe presente della Morte. Ella è solo un effetto di una causa che ha diversi volti. Non è facile definirle, ma non impossibile se si vuole farlo.
E come diceva Aismov:
La vita è piacevole. La morte è pacifica. E' la transizione che crea dei problemi. Isaac Asimov















